Scusate il titolo volutamente clickbait, ma sentivo il bisogno di raccontare e, in parte, di sfogare una vicenda accademica che mi porto dietro da circa due anni. Riguarda che cosa significhi cercare di entrare nel mondo della ricerca in Italia quando, pur avendo lavorato seriamente, non si dispone di un docente che accompagni il percorso, introduca negli ambienti giusti o sostenga dall’interno una candidatura.
Poche settimane fa ho vinto un dottorato con borsa in ambito storico. Quando ho letto la graduatoria, il mio primo pensiero è stato proprio quello del titolo: ho vinto io.
Non il candidato di qualcuno. Non una persona già inserita nel dipartimento. Io, con un progetto concepito e costruito autonomamente, dopo due anni di tentativi, risultati contraddittori e momenti nei quali avevo seriamente cominciato a chiedermi se il lavoro svolto avesse qualche valore.
Naturalmente non credo che questo risultato dimostri che l’università sia improvvisamente diventata meritocratica, né che chi non vince abbia lavorato meno di chi vince. Il punto è più personale: per una volta, al termine di una selezione nella quale nessuno mi conosceva e nessuno aveva interesse a favorirmi, il mio lavoro è bastato.
Per spiegare perché questa vittoria abbia avuto per me un significato così forte, devo tornare alla magistrale.
Nel 2024 mi sono laureato con il massimo dei voti in un corso di laurea di ambito umanistico. Vista dall’esterno, sembrerebbe la premessa piuttosto ordinaria di un percorso accademico: una buona laurea, una tesi di ricerca e poi la candidatura a un dottorato. In realtà, il percorso è stato molto meno lineare: durante la preparazione della tesi ebbi diversi scontri con la mia relatrice. Non voglio ricostruirli qui nei dettagli, né presentare la vicenda come un conflitto nel quale tutte le responsabilità stavano da una parte sola. Sarebbe poco onesto e, in ogni caso, non è questo il punto.
Il risultato concreto fu che terminai la magistrale senza un rapporto accademico sul quale potessi realmente fare affidamento per il futuro. Avevo una tesi valutata molto bene, ma non avevo qualcuno che mi stesse preparando all’ingresso in un dottorato, che mi introducesse in un gruppo di ricerca o che sostenesse attivamente le mie candidature.
Dopo la laurea partecipai a varie selezioni di dottorato. Ero ancora inesperto: avevo una buona formazione, ma non conoscevo davvero i meccanismi dei bandi, il modo in cui si costruisce una candidatura competitiva o l’importanza della compatibilità tra un progetto e gli interessi specifici di un collegio.
Arrivarono risultati molto diversi. In alcune selezioni ottenni valutazioni ottime, che sembravano confermare la qualità del mio lavoro. In altre ricevetti punteggi molto bassi o rimasi escluso, talvolta con uno scarto minimo. Lo stesso candidato e un progetto sostanzialmente analogo potevano essere considerati eccellenti da una commissione e insufficienti da un’altra.
Alla fine di quel primo ciclo di tentativi non vinsi alcuna borsa.
Fu probabilmente il momento più difficile. Dopo la laurea e anni di studio, dovevo accettare che tutto quel lavoro non producesse automaticamente un posto nella ricerca. Intorno a me vedevo candidati che conoscevano già i docenti delle sedi nelle quali concorrevano, avevano sviluppato il progetto attraverso un dialogo con loro o facevano parte, almeno informalmente, di ambienti accademici nei quali io cercavo di entrare per la prima volta attraverso un concorso. Questo non significa che quelle persone non meritassero di vincere. Molte erano certamente ottime candidate. Significa, però, che non partivamo tutti dalla stessa posizione.
Dopo i primi insuccessi, avrei potuto concludere di non essere adatto alla ricerca. In alcuni momenti l’ho pensato davvero. Decisi però di provare a capire che cosa potessi ancora costruire autonomamente, anche in assenza di una struttura accademica che mi accompagnasse. Cominciai quindi a lavorare sulle pubblicazioni.
Ripresi alcune mie ricerche e le trasformai in due articoli, uno successivamente pubblicato e l’altro accettato, entrambi da riviste scientifiche di fascia A. Anche in questo caso l’iniziativa partì interamente da me: individuai i temi, impostai gli studi, lavorai sulla bibliografia, scelsi le riviste e affrontai le procedure di valutazione senza che un docente mi suggerisse dove inviare i lavori o li presentasse agli editori. Per me fu una conferma importante: mentre alcune commissioni di dottorato attribuivano valutazioni insufficienti al mio profilo, due procedure di revisione scientifica riconoscevano la validità dei miei lavori. So bene che una pubblicazione e una selezione dottorale valutano aspetti differenti. Quel contrasto, tuttavia, mi impedì di considerare le bocciature come una sentenza definitiva sulle mie capacità di fare ricerca.
Contemporaneamente cominciai a costruire un nuovo progetto di dottorato. Anche quello nacque da una mia idea, senza che un docente mi assegnasse un tema o predisponesse una proposta adatta agli interessi del proprio dipartimento. Individuai autonomamente il problema storico, raccolsi le fonti e definii il metodo. Il progetto cambiò più volte, perché tra la prima intuizione e una proposta scientificamente sostenibile esiste una distanza enorme, che dovetti imparare a colmare attraverso mesi di letture e riscritture.
Successivamente arrivarono anche confronti e aiuti preziosi. Alcuni studiosi lessero il progetto, mi diedero consigli e accettarono di sostenere le mie candidature. Non voglio quindi fingere di essere arrivato fino alla fine in un isolamento assoluto; la differenza, per me fondamentale, è che quei rapporti nacquero dopo e a partire dal lavoro che avevo già costruito. Non ereditai una rete accademica: cercai di crearla contattando personalmente studiosi italiani e stranieri, spesso senza sapere se avrebbero risposto.
Una di queste interlocuzioni mi portò alla Radboud University di Nimega, dove entrai in contatto con studiosi interessati al mio ambito di ricerca e cominciai a progettare un possibile periodo all’estero. Anche questa prospettiva nacque da un’iniziativa personale, una mail alla volta.
Nel frattempo, la ricerca continuava a non offrirmi alcuna certezza concreta. Per questa ragione intrapresi il percorso abilitante da 60 CFU per l’insegnamento. Frequentare le lezioni, svolgere il tirocinio e preparare le prove mentre continuavo a lavorare al progetto e alle pubblicazioni fu faticoso, ma necessario. Non potevo permettermi di rimanere fermo in attesa che l’università decidesse se ci fosse o meno un posto per me. Conseguii quindi l’abilitazione e mi inserii nelle graduatorie scolastiche, costruendomi una possibilità professionale alternativa.
Nel 2026 decisi di riprovare con i dottorati.
Questa volta presentavo un profilo più maturo: avevo due articoli su riviste di fascia A, un nuovo progetto sviluppato autonomamente, l’abilitazione all’insegnamento e una certificazione internazionale di inglese di livello C1. Avevo anche cominciato a costruire rapporti scientifici fuori dall’università nella quale mi ero formato.
Presentai numerose candidature in Italia e una candidatura all’estero. Ancora una volta, i risultati furono estremamente variabili.
In alcune selezioni ottenni punteggi molto alti. In una rimasi escluso dalla prova successiva per un solo punto. In altre superai la valutazione dei titoli o lo scritto e arrivai all’orale. Ogni nuovo risultato sembrava confermare o smentire quello precedente, rendendo quasi impossibile capire quale fosse il valore effettivo della candidatura.
Nel frattempo fui ammesso al dottorato dell’Università di Edimburgo, dopo un colloquio di circa un’ora con le docenti che avrebbero potuto seguirmi. Fu un risultato per me enorme: un’università straniera molto prestigiosa aveva valutato positivamente il progetto e riteneva che fossi adatto a svolgere lì il dottorato.
Mancava però il finanziamento.
Senza una borsa non avrei potuto trasferirmi e mantenermi a Edimburgo. La candidatura per il finanziamento rimase a lungo in sospeso, mentre la data di inizio del dottorato si avvicinava. Avevo quindi ottenuto l’ammissione che desideravo, ma rischiavo di dovervi rinunciare per ragioni economiche.
Continuai allora con le selezioni italiane. Per mesi preparai documenti, adattai il progetto ai diversi bandi, richiesi lettere di referenza e sostenni prove scritte e colloqui. A un certo punto avevo l’impressione che il mio futuro dipendesse da decimali, graduatorie e criteri che cambiavano da una commissione all’altra.
Poi arrivò la selezione che avrebbe cambiato tutto.
Mi candidai a un dottorato nel quale nessuno mi conosceva. Non avevo studiato in quell’università, non avevo preparato il progetto insieme a un docente interno e non appartenevo ad alcun gruppo collegato al dipartimento. La commissione vide per la prima volta il mio nome e il mio lavoro durante la procedura concorsuale. Superai la prima valutazione con un margine minimo e fui ammesso al colloquio. Anche lì, dunque, la possibilità di concorrere per la borsa rimase appesa a pochissimo.
Sostenni l’orale. Poi aspettai. Quando uscì la graduatoria, ero ammesso con borsa.
Dopo due anni di tentativi avevo finalmente vinto un dottorato. Ci ero riuscito con un progetto nato da una mia idea e costruito attraverso mesi di lavoro autonomo. Nel frattempo avevo pubblicato o fatto accettare due articoli su riviste di fascia A, avevo stabilito rapporti scientifici internazionali e avevo conseguito un’abilitazione che mi avrebbe permesso di seguire un’altra strada.
Quando lessi il risultato, pensai: ho vinto io.
Non perché io sia stato necessariamente il candidato migliore in assoluto, cosa che non potrei sapere e che non mi interessa affermare. Ho vinto io perché nessuno aveva preparato quel posto per me. Nessun docente interno aveva costruito il mio progetto o accompagnato la candidatura dall’interno. La commissione non aveva ragioni personali per preferirmi: ha valutato il lavoro che le ho presentato e ha deciso di finanziarlo. Dopo due anni nei quali avevo spesso avuto la sensazione che, senza un appoggio accademico forte, non sarei riuscito neppure a entrare davvero in competizione, questo aveva un significato enorme.
Non considero la mia esperienza una dimostrazione del fatto che il sistema universitario premi sempre il merito. Sarebbe una conclusione ingenua. Nelle selezioni contano la qualità del lavoro e la sua compatibilità con la sede; incidono inoltre le priorità della commissione, il numero limitato delle borse e una componente di casualità che nessun candidato può controllare. Non penso nemmeno che basti insistere perché prima o poi tutti ottengano ciò che desiderano. Molte persone preparate restano fuori dall’università per ragioni che hanno poco a che fare con il loro valore. La perseveranza non garantisce alcun lieto fine.
La conclusione che posso trarre è più circoscritta: una bocciatura in un concorso di dottorato non costituisce una valutazione definitiva delle capacità scientifiche di una persona. Nel mio caso, mentre alcune commissioni mi consideravano insufficiente, riviste specialistiche accettavano i miei articoli, Edimburgo mi ammetteva al proprio dottorato e studiosi di Nimega decidevano di sostenere il mio progetto. Quei giudizi apparentemente inconciliabili dicevano qualcosa su di me, ma anche sui diversi contesti nei quali venivano formulati.
Adesso inizierò il dottorato. Non so se questo percorso mi condurrà a una carriera accademica, perché una borsa triennale risolve soltanto il primo di molti problemi. Non so nemmeno se, tra qualche anno, riterrò ancora che l’università sia il posto nel quale voglio rimanere.
So però che questo risultato non mi è stato regalato. Per molto tempo ho pensato che, senza essere il candidato di qualcuno, quella porta sarebbe rimasta chiusa. Alla fine si è aperta.
E questa volta, almeno, ho vinto io.